venerdì 19 novembre 2010

Metropoliz "?"

Il pensiero di svolgere un workshop in una struttura occupata vissuta da molteplici etnie mi aveva incuriosito e stimolato, sia perche l’intero corso si svolgeva all’esterno della struttura universitaria sia perche mi avrebbe avvicinato ad un mondo mai conosciuto.

All’inizio di questa esperienza avevo una mia idea sullo svolgimento di tale workshop data dalla presentazione avvenuta in aula.Appena arrivati a Metropoliz ci siamo riuniti nell’aula delle assemblee per discutere sulle impressioni del luogo e sui temi da sviluppare.

I temi che sono scaturiti dall’incontro sono stati molteplici : la sicurezza , creare uno spazio esterno attrezzato, un aula per le lezioni di italiano , una zona gioco per bambini .A questo punto ho realizzato che il tipo di lavoro cogitato in aula non era lo stesso tipo di lavoro che ci approcciavamo a fare, credendo di dover progettare una struttura in autocostruzione da donare agli abitanti di Metropoliz .

Mi e’ stato chiesto se questo workshop era per me un fallimento , per rispondere a questa domanda va sicuramente distinta la parte progettuale(professionale) da quella sociale. Se parliamo di cio che ho appreso in ambito professionale e’ stato deludende , se parliamo della parte socio-umana e' stato sicuramente un successo ,poiche’ ho conosciuto e mi sono rapportato con una realta’ fuori dalla mia vita, ho realizzato come si svolge la vita in un occupazione, i pensieri le difficolta’,mi sono avvicinato ai bambini rom (l'elemento fondamentale di partecipazione e di legame ) cercando di capire i loro pensieri e volonta’ tramite il gioco ,cosa che altrimenti non avrei mai fatto.

Ps: ce’ sta una cosa che mi ha colpito , al quale pero’ non riesco ad associare un perche’: ogni qualvolta andava via la luce i bambini rom gridavano GIUSTIZIA!

Giancarlo Sacco

Terremoto a Metropoliz (di Luca Pennelli)

Interazione con i bambini durante la riproposizione del disegno di Piazza del Campidoglio

“Dove ci troviamo? Cosa possiamo fare in questo posto? Dove sono le persone che vivono qui? Il primo impatto è stato decisamente difficile, una realtà ben diversa da quella che siamo abituati a vivere, eppure molto vicina a tutti noi: una “città” circoscritta in uno spazio ristretto, che accoglie una complessa varietà culturale dalla quale scaturiscono molteplici rapporti che contribuiscono a delineare i caratteri formali e l’utilizzo di uno spazio fatiscente che si connota giorno dopo giorno.
Avevo forti dubbi sul fatto che avremmo completato quanto ci eravamo prefissati, forse perché non comprendevo pienamente l’esperienza che stavo iniziando e il contesto in cui mi sarei trovato. E’ apparsa evidente la necessità di creare spazi pubblici che fossero utilizzabili dall’intera collettività, una mancanza che è sembrata uno dei fattori decisivi nella separazione dei vari gruppi culturali che convivono all’interno della struttura. La piazza è stata vista come uno dei punti critici su cui intervenire, con l’obiettivo di renderla un centro catalizzante della comunità, che evidenziasse un rapporto tra questa “piccola società meticcia” e la città.
Fin da subito è stato chiaro quale fosse la componente fondamentale di questa particolarissima società, il punto di partenza di un qualunque intervento all’interno di tale contesto: i bambini, il vero motore della comunità, una “comitiva di piccoli” incredibilmente eterogenea, al tempo stesso capace di affievolire tale varietà e di mostrarsi particolarmente unita; un “terremoto” in un deserto privo di particolari emozioni, in grado di plasmare lo spazio vissuto circostante, così da creare innumerevoli oasi felici e vitali.
Il sisma investe lo spazio, incontrollabile e distruttore nella sua ingenuità, al tempo stesso partecipe e responsabile nella ricostruzione dello stesso, contribuendo a delinearlo e rendendolo “suo”. La molteplicità culturale scompare in un attimo, soppiantata dalla voglia comune di generare un’opera che caratterizzi questo spazio, conformandolo come uno dei fattori in grado di generare una stimolazione emotiva dell’intera comunità. Il disegno prende forma, e la curiosità si rivela in mille domande: “perché lo fate?! Posso aiutarvi?!”. Ed ecco che tutto questo attira l’attenzione degli adulti che fino ad allora si erano dimostrati “poco attenti”, e si rendono conto dell’importanza che sta assumendo quella piazza, della forza con cui “i piccoli” e “i grandi” la stanno realizzando, e nasce la voglia di vederla completa, di sentirla parte di loro e parte di noi. Si sviluppa una dimensione sociale di appartenenza a quel luogo, una consapevolezza della propria identità collettiva che prima era nascosta dietro le diversità culturali; ora si manifesta quell’unico organismo omogeneo che condivide le molteplici esperienze di un’esistenza ormai passata, e vive il presente con incredibile coesione e serenità.

Luca Pennelli

Metropoliz e le Potenzialità del Confronto

Personalmente, mi è capitato diverse volte (e per diversi motivi) di vivere in un posto senza riconoscermi come parte integrante del luogo, di sentirmi più ospite che abitante.
Forse è per questo che lunedì, entrando per la prima volta a Metropoliz, ho percepito un senso di disgregazione, rimanendo colpito da spazi comuni apparentemente privi di vita e dalla distanza fisica tra i vari nuclei abitativi.
Ho pensato che chi viveva quegli spazi non li percepisse come propri, che non si sentisse (ancora) parte di una comunità.
Ed è per questo che, a mio parere, la graduale crescita del senso di appartenenza da parte degli abitanti e del loro coinvolgimento in rapporto al luogo e alla comunità, manifestata con una loro sempre più attiva partecipazione alle fasi decisionali/realizzative e celebrata nella festa di sabato, rappresenta il risultato più significativo ottenuto in questo workshop. E, per noi studenti, la lezione più importante.
La compartecipazione nelle fasi di definizione ma soprattutto di realizzazione degli spazi comuni accresce evidentemente il senso di appartenenza e contribuisce sensibilmente (anche e soprattutto attraverso i vari screzi, dissapori, problemi che possono emergere) al processo di aggregazione tra gli abitanti.
Perché è soprattutto un’occasione di confronto, ed il confronto reciproco è necessario per crescere e per riconoscersi, sia a livello personale che sociale.
Il workshop è stato senza dubbio un’eccezionale occasione di confronto: tra gli abitanti e noi studenti, tra gli abitanti stessi e le loro diverse culture.. per molti di noi studenti è stata forse la prima occasione per confrontarci con una “nostra” architettura costruita.
In linea di principio penso che ogni architetto dovrebbe essere “condannato” ^^ a vivere, in base alle possibilità spazio-temporali del caso, le proprie architetture; a confrontarsi direttamente con esse, per capirne le potenzialità espresse ma soprattutto per subirne direttamente gli errori e le incongruenze. Per imparare e crescere.
Sogno delle Facoltà di Architettura che diano la possibilità agli studenti di auto-costruirsi degli spazi e di viverli; non sarebbe interessante lasciare agli studenti la possibilità di costruirsi ed abitare (per la durata del proprio corso regolare di studi, magari a partire dal secondo anno) il proprio alloggio all’interno di apposite aree-laboratorio attrezzate? magari smantellando periodicamente.. riciclando materiali per ricostruire.. imparando a progettare architettura partendo dal basso, dalle piccole cose.. D’altra parte, tra gli altri, lo proponeva già F.L. Wright ai suoi studenti a Taliesin.
Ma per ora è solo un’idea, forse una provocazione. Anzi, un sogno.

Giorgio Di Ludovico

Illegale (di Lorenzo Catena)

[il-le-gà-le]
agg. (pl. -li)
Che non è legale, che è contrario alla legge: patto i.; atti illegali


L’esperienza vissuta a Metropoliz di certo lascia il segno e lo ha fatto. Apparentemente una città nella città, può sembrare un castello dentro le mura, una fortezza dipendente e indipendente dal tessuto urbano, un miscuglio di linguaggi, sapori, culture che affascinano gradualmente chi ha la fortuna di abitarlo, anche per 6 giorni.

Metropoliz è un territorio estremo, quasi selvaggio, illegale. Estremo perchè chi abita Metropoliz viene considerato ai margini estremi della società dalla società stessa, alcuni non ne fanno ancora parte e rimangono in attesa. Selvaggio perchè alcuni spazi non ancora colonizzati e ancora senza destinazione d’uso restano in qualche modo selvatici. Illegale per il semplice motivo che è contrario alla legge, ma allo stesso tempo è un diritto. Vivere questa “Illegalità” è stata un’esperienza che mi ha riempito lo spirito (”l'essenza dello spirito dell'uomo sta nelle nuove esperienze”).

Inizialmente catapultato in questo territorio da esplorare, che sembrava semi deserto, abbandonato e in seguito rendersi conto che la realtà che stavo vivendo giorno per giorno non era lontanamente simile a qualsiasi immagine che mi ero potuto prefigurare nella mia mente, prima del mio arrivo e durante i miei primi passi nella ex-fabbrica. Io che venivo da fuori, forestiero, una volta entrato e passato le mura di questa città nella città, ho imparato a non lasciarmi accecare dal fine ultimo e dall’obiettivo in sè, e indietro, noi tutti, abbiamo ricevuto partecipazione, reciproco aiuto, rispetto e soprattutto condivisione, condivisione della felicità, vera.

Non era vero che non c’era nessuno a Metropoliz, non erano vere tante cose. Era vero che stavamo abbattendo insieme, oltre a muri e vetri, ogni singola prefigurazione mentale, ogni luogo comune per un luogo del tutto non comune.

Il mio percorso all’interno di questa realtà non può essere finito semplicemente con la fine del workshop, le esperienze vissute mi sono rimaste vive addosso e credo che insieme a molti altri continueremo indipendentemente da tutto, perchè tra noi si è sviluppato un forte senso di appartenenza verso tutto questo che è stato immaginato, abbattuto, costruito, rigenerato e gestito insieme, cercando di ridare un significato diverso e nuovo a dei luoghi e a degli spazi che non ne avevano più, e cosa più importante un nuovo significato a noi stessi.


Lorenzo Catena

INTERAZIONE COME MEZZO di Matteo Parenti


La cosa che mi ha colpito di questo workshop è come la collaborazione tra persone di etnie,culture ed età diversa,con uno stesso fine,sia riuscita ad ottenere notevoli risultati in pochissimo tempo.

Fondamentali,per la realizzazione delle due aree sono state l'esperienza lavorativa degli abitanti dello stabile,che ci hanno aiutato ad incrementare le nostre conoscenze pratiche , la determinazione che hanno avuto per avere questo spazio collettivo dove interagire, e la nostra voglia per rendere tutto questo possibile.

Non tutti hanno pensato che questa fosse una bella idea,sia qualche abitante,che non ha fatto niente per contribuire a questa iniziativa,sia qualche studente che pur avendo partecipato,si è sentito usato per una causa che non lo riguardava.

Onestamente io non mi sono sentito sfruttato,al contrario sono stato contentissimo di aver fatto questa esperienza,perché ho potuto relazionarmi e confrontarmi con persone provenienti da qualunque parte del mondo,conoscere le loro culture,le loro usanze e le loro pietanze. Posso dire di aver cambiato il mio modo di vedere le cose...

Naturalmente questa collaborazione non è stata priva di incomprensioni e dissensi da parte dei partecipanti,in quanto non avendo un progetto prestabilito c'è stato un confronto diretto dei punti di vista di ognuno.

Spero che questo workshop non sia servito solo a noi per capire che collaborare è fondamentale in qualsiasi ambito...ma anche agli abitanti del campo,e che questa cosa non sia interpretata da loro come un regalo o come qualcosa di eccezionale, bensì come un insegnamento.

Mi auguro che abbiano capito che se vogliono qualcosa lo possono ottenere semplicemente con le loro forze e cooperando l'uno con l'altro,senza aspettare un aiuto esterno.

Credo di aver imparato molte cose da questo workshop. Non solo sul piano pratico,ma anche in quello umano.

Ho fatto cose che non avrei mai pensato di essere in grado di fare,come costruire una cattedra,smontare brisoleil o rimuovere dei vetri dagli infissi. Ma non si limita qui ciò che mi ha lasciato il workshop, bensì aver capito che relazionarsi con gli altri è fondamentale per accrescere il proprio livello di conoscenza personale.

COSTRUIRE L'IMMATERIALE di Onorato di Manno


Per una volta mandiamo al diavolo gli schemi e le regole della didattica, usciamo dall'isolamento generato da quella macchina chiamata computer e ci immergiamo nella realtà, un mondo parallelo senza archi di trionfo, colonnati o musei del XXI secolo bensì vuoti urbani, centri commerciali e vecchie fabbriche abbandonate.

Siamo un gruppo di studenti di architettura e il motivo della nostra mobilitazione, di questo strappo alla quoditiana vita universitaria, è un workshop intitolato "architettura e società". Non sappiamo bene cosa ci aspetterà in quel mondo sconosciuto, quale sarà il nostro ruolo ma l'idea di oltrepassare il confine ci intriga, ci eccita.

Percorrendo la via prenestina si arriva in una ex-fabbrica abbandonata negli anni 80 ribattezzata con il nome Metropoliz e che da circa un anno offre rifugio ad un centinaio di anime senza dimora che in questo luogo hanno trovato tutto ciò (o quasi) di cui hanno bisogno per vivere. Ma è una vita di emarginazione e chiusura sociale, una piccola realtà all'interno di una realtà più grande che con spietata indifferenza scruta, sfiora e alla fine ignora. Arrivati in questo luogo ci troviamo spiazzati, ci siamo "noi" e ci sono "loro". Ci sentiamo intrusi. Forse farebbe più comodo restarcene per conto nostro, fare il nostro dovere e andare via il prima possibile. No! sarebbe da vigliacchi. Allora ci mettiamo a riflettere sul da farsi. Ci hanno accennato che dovremmo "costruire" un'aula scolastica, uno spazio per bambini, spazi comuni... ma non abbiamo ancora ben chiaro cosa voglia dire quel termine "costruire", pensiamo subito all'odore di vernice fresca, ai mattoni, alla calce che si mescola con l'acqua ma siamo ben lontani dal vero senso della nostra "missione". Ci chiediamo allora quale sia la chiave di lettura che ci darà la consapevolezza delle nostre azioni, la cerchiamo ovunque ma non la troviamo, allora facciamo la cosa più semplice da fare; ci mettiamo a vivere, ci rimbocchiamo le maniche e ci immergiamo nell'"altra città", siamo esseri umani e ci mettiamo a socializzare, siamo adulti e iniziamo a giocare con i bimbi, siamo creativi e cominciamo a progettare spazi.

Pian piano la città parallela ci conquista, vogliamo capire come si vive nel binario di fianco al nostro, abbiamo voglia di conoscere, scoprire ed iniziamo ad immaginare come, quel mondo isolato, potrebbe diventare se solo riuscisse a diventar parte di qualcosa di più grande, partecipato, legalizzato. Pian piano la parola
costruire va acquistando un nuovo sapore, non è più sinonimo di edificare, non è più un operazione materiale. Capiamo cha si possono costruire sogni, si possono costruire speranze, legami umani e sociali. Si possono gettare le basi per far si che due città parellele riescano ad incontrarsi, come due singole note che messe insieme generano un nuovo suono, fresco, dinamico, vibrante! Eccola dunque la risposta ai nostri interrogativi, siamo qui per costruire. Costruire l'immateriale.


"tra la partenza e il traguardo in mezzo c'è tutto il resto e tutto il resto è giorno dopo giorno e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire." cit N.Fabi


Onorato di Manno

A House Is Not a Home di Michela Fresiello


A House Is Not a Home

Se c’è una cosa che ho imparato a Metropoliz è il significato della parola “casa”. Gli inglesi distinguono due termini: house e home. House, è un posto fisico dove dormi, dove svolgi le tue funzioni vitali; home è un luogo figurato, che ispira protezione, intimità, calore. So dov’è la mia House, ma non so dove si trovi la mia Home. Perché a volte puoi avere pavimenti lastricati d’oro e cristalli sui lampadari; ma non avrai mai il calore di qualcosa che ti faccia dire: “sono a casa!”.

A Metropoliz ho capito che la dignità di una casa non riguarda la sua fisicità, ma l’amore e la cura con cui la si costruisce. Mattone dopo mattone con grande fatica ognuno qui ha tirato su il proprio nido, creando un luogo unico e individuale. Proprio questo contrasto home/house mi porta a fare il confronto tra due situazioni diverse, ma in qualche modo accomunate.

La prima è quella di Silvia e Tarik che abitano a Metropoliz in un piccolo alloggio che stanno piano piano costruendo. Aspettano un bambino, Silvia è all’ottavo mese di gravidanza, lavora ancora perché è lei a portare i soldi a casa, dato che il suo compagno è ancora clandestino. All’ingresso c’è una cameretta dipinta di rosa, una greca fiorata corre per tutto il perimetro della stanza, “Questa” –dice Tarik- “è la stanza del bambino”. La loro casa sicuramente non gode di chissà quali comfort essendo comunque costruita con materiali di riuso e mezzi di fortuna, ma l’amore che invade quella camera rosa rappresenta quello che io, oggi, intendo per Home.

La seconda riguarda quella degli abruzzesi che vivono negli alloggi del progetto C.A.S.E. Nel centro dell’Aquila è vietato l’ingresso, non è stato speso un soldo per la ricostruzione; al contrario lo Stato ha favorito la speculazione edilizia con la costruzione delle New Town. Cercando di sintetizzare parliamo di case-non-luoghi, ghetti, costruiti negando la partecipazione della popolazione, frutto di decisioni prese in regime d’emergenza. In questi alloggi, costruiti in serie, si nega ogni forma di personalizzazione, vietando addirittura di piantare un chiodo nel muro. Agli aquilani è stata data una house ma la loro home è ancora sotto le macerie.

Lo Stato ha il dovere di garantire il diritto all’abitazione (art. 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani) aiutando i ceti più deboli, soprattutto in questo periodo di profonda crisi, a non cadere nella disperazione. Per questo il governo deve combattere la speculazione edilizia in favore di una politica che stia dalla parte del popolo, garantendo case e affitti accessibili a tutti e a prezzi agevolati.


Alcune delle mie foto di Metropoliz http://www.flickr.com/photos/michelafresiello/sets/72157625421157030/

DESDE LA LECTURA DE UN LUGAR A LA INTERVENCION ARQUITECTONICA, arrivare a Metropoliz (Pablo Vasquez)

Questa esperienza mi ha mostrato una nuova visione architettonica: non solo la progettazione, ma anche un modo di recuperazione degli spazi dimenticati nella citta, prodotto di diversi cambiamenti della economia, la politica, e la distribuzione del territorio.

Cosi abbiamo arrivato a Metropoliz, con la intenzione di affrontare questo problema contemporaneo, riflesso nella ocupazione de la ex fabbrica Fiorucci, in 5 giorni di lavoro. Una sfida troppo interessante, iniziando con la seguente domanda: come dare una dimenzione architettonica a questo proceso di recuperazione, para che non sea semplicemente pulire un luogo?

Andrea menziona una cosa troppo interesante: il primo passo per abitare un luogo, e il suo RICONOSCIMENTO.

Cosi, cominciamo a conoscere Metropoliz, con un nuovo nome per una nuova destinazione di questa ex fabbrica, nei seguenti 3 passi:

- Prima impressione: il graffiti e la presenza de una bandiera nello piu alto della fabbrica, SIGNI AL ESTERIORE della PRESENZA di una ocupazione, come POSEZIONE di un TERRITORIO

- indietro, ARRIVARE al luogo di REUNIONE degli abitanti, pero la ORGANIZAZIONE e il INCONTRO in torno al cibo. Questo spazio reversibile e signi del goberno della totalita della ex Fabbrica, che per la sua quantita di metri cuadrati, SI OCUPA "PIANO PIANO"

osservazione: QUESTO SPAZIO SE ABITA DA FUORI ALL'IN DENTRO

- Dopo il riconoscimento del suo INTERIORE, e gli attuali alloggiamenti che conformano un SPESSORE DI BORDO, e dopo conoscere agli sui abitanti, usciamo con i bambini pero conoscere il suo SPAZIO DI GIOCHI, chi e sempre nel SPAZIO APERTO: Loro sono che abbitano questo spazio nella SPONTANIETA.

Questo veloce rinonoscimento mostra le virtude di questi spazio, adesso posiamo fare una proposta. Vedendo le aspirazione della comunita.

Fisso il problema degli sue bisogni di base (alimentazione, cappotto e soffitto), e necessario lavorare nelle sue RECREAZIONE e EDUCAZIONE. Cosi se opta per lavorare nella aula, biblioteca, e il spazio di recreazione didattica per i bambini, en un luogo vicino al suo spazio di reunione, intervenzione fatta per il avanzamento si questo ampio spazio.

DEL RISULTATO DI QUESTO WORKSHOP:

saremmo avidi di pensare che questo spazio sara come noi pensiamo, ma in una settimana abbiamo potuto rivelare lo che non erano stati visti, partendo della integrazione de un spazio per la VISTA, il USO, e il suo SPLENDORE dopo di averlo pulito e trasformarlo nella possibilita de didattica a partire della immobiliaria construita per mezzo di materiali reciclati.

Come proggetatore, ristauratore o gestionadore, questo e sempre il lavoro del architetto: FARE SPLENDERE IL SPAZIO E TRASFORMARLO IN LUOGO, INVITANTE A LE SUE INFINITE POSSIBILITA.

dopo del riconoscimento, la architettura comincia con la OSPITALITA.

Addomesticare (Adela Lucaci)

Ho trovato che l'esperienza di questo workshop sia stata importante perchè mi ha aiutato a capire di dare grande valore all'interazione con le altre persone, piuttosto che il solo lavoro “materiale” e oggettivo che ci siamo trovate ad affrontare. Ho notato come si creino delle relazioni che contribuiscono, alla lunga, alla nostra formazione come persone, e ancora alla definizione dello spazio che costruiamo insieme.
Nel mio caso specifico , creare spazi di giocho all'aperto, il lavoro, o meglio il tempo trascorso con i bambini, ci ha portato a realizzare dei giochi, e con essi delle attività, che speriamo abbiamo aiutato a creare un ambiente sereno e piacevole per loro. D'altro canto, il lavoro concreto è stato complicato dalla mancanza di materiali a disposizione, è questo in parte ha limitato le possibilità, tuttavia questo inghioppo ci ha permesso di ingegniarci con il riciclo e la fantasia dei bambini. Cosi siamo riusciti a costruire una “nave” utilizzando una vasca da bagno colorandola e rivestendola con cartongesso e abbiamo ancora usato gomme d'auto che ci hanno fornito i rom e abbiamo pensato di colorarle con l'aiuto dei bambini.
Il lavoro effetivo che abbiamo svolto non ha purtroppo rispecchiato completamente ciò che ci eravamo proposti di fare per la settimana anche per la pioggia insistente che ci ha penalizzato. Ma penso che sia stato più importante il tempo trascorso con i bambini e i ricordi che sono rimasti.
Di recento ho riletto Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupery e questo workshop mi ha ricordato un passaggio che mi è rimasto impresso nella mente, che è il dialogo tra la volpe e il piccolo principe:
<< “Vieni a giocare con me “ le propose il piccolo principe, “sono cosi triste...”
“Non posso giocare con te “ disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah scusa”, fecce il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse: “ Che cosa vuol dire”addomesticare”?”.....
“E' una cosa da molto dimenticata.Vuol dire “creare dei legami”....”
Cosi come il piccolo principe addomestica la volpe penso che anche noi siamo stati addomesticati dai bambini.

http://www.youtube.com/watch?v=9cKyc7jQPNc&feature=related

Metropoliz: occhi a confronto (Susanna Fagotti)

Poter esprimere un’impressione, una sensazione sull’esperienza vissuta in una settimana a Metropoliz significa rileggere tutto con due occhi, quello investigativo del primo giorno e quello cosciente e arricchito dell’ultimo. A posteriori, le mie riflessioni si focalizzano più sulla percezione degli spazi abitativi, su come questi vengano gestiti all’interno dell’occupazione e di come, vivendoli, abbiano tradito le mie aspettative. In maniera forse un po’ ingenua, ho creduto, sin dall’inizio, di dover affrontare una realtà in cui le abitazioni fossero semplici baracche e in cui lo “spazio privato” fosse ridotto al minimo indispensabile: è stato sufficiente il primo giro di “perlustrazione” per capire quanti meccanismi di sopravvivenza mi fossero ancora ignoti . In primis, l’uso del mattone e dunque la costruzione di vere e proprie micro-abitazioni volte ad ospitare spesso più di un nucleo (una famiglia o un singolo componente) e di come queste si fossero propriamente aggregate in base al grado di integrazione tra le diverse etnie, fratture culturali che avrei totalmente escluso in un campo di coabitazione. Se non fosse per la fabbrica dismessa, Metropoliz mancherebbe di un reale nucleo centrale, per questo motivo, si è ben pensato di sfruttare i suoi vani in disuso per quelle attività di necessaria fusione, quali la scuola di italiano e un’aula per bambini. Lo scopo non è stato quello di forzare le abitudini degli abitanti, per far prevalere la nostra idea di “gestione degli spazi”, ma, anzi, di piegare le nostre visioni a quelle di un sistema di vita ormai avviato: non a caso, il lavoro è stato perlopiù di “riqualificazione” di ambienti da adibire ad attività già esistenti. Essendo il privato favorito a scapito del pubblico, l’intento è stato quello di concentrare il più possibile gli spazi comuni, così da evitarne la dispersione: da qui la scelta della vicinanza dell’aula per l’insegnamento e di quella per i bambini, entrambe facilmente accessibili dalla sala riunioni, il primo degli spazi collettivi. L’avvio di un intervento“ non invasivo” è stato guidato dalla speranza che questo breve lavoro non venga vanificato nel tempo, ma che possa essere almeno un incentivo ad un’ attività di squadra per il miglioramento della vita tutti. Se cambiare la qualità architettonica di un’aula, dipingendo un muro o inserendo degli arredi può essere da una parte un intervento spicciolo e di utilità ancora acerba, dall’altra si riserva un’enorme potenzialità, come un seme che fa nascere un frutto.






Il luogo come deposito di Memoria (Giulia De Rossi)

“Ut nihil non iisdem verbis redderetur auditum”. (Plinio, Naturalis Historia)

“…Nulla  di ciò che è stato ascoltato può essere raccontato con le stesse parole” e nulla di ciò che in questi giorni è stato vissuto con tanta intensità e trasporto, può essere imbrigliato in una sequenza di pensieri o logici ragionamenti. Da un caotico “magma iniziale” però, grazie al trascorrere dei giorni, si sono delineati dei “fuochi”. Degl’input di riflessioni personali che, autonomamente rispetto a Metropoliz, tracceranno strada nel nostro bagaglio di conoscenze e nella nostra vita.

Come studentessa di architettura e come persona, mi rendo conto di essere abituata a percepire il mondo tramite la ragione. Procedure razionali e analisi astratte, sono i metodi di approccio privilegiati nella mia formazione universitaria per l’indagine di problemi architettonici. La mente, e con essa mi riferisco anche alla fantasia e alla creatività, è la chiave di lettura della realtà che mi circonda.
In questa settimana ho riscoperto “l’azione”  come strumento di indagine. L’agire e il contatto diretto con le cose, ha gettato nuova luce su due concetti chiave anche in architettura: lo spazio e il tempo. E’ di quest’ultimo che vorrei parlare: del “tempo dell’ agire”.
Uno dei presupposti di base di ogni nostro intervento, era il breve lasso di tempo in cui esso si doveva realizzare.
Tale “tempo dell’agire”, più lento e cadenzato di quello del pensare, ha permesso di scatenare un processo di conoscenza e cooperazione tra le persone. Ogni attimo non è andato sprecato. Ogni giornata è stata proficua poiché abbiamo abbandonato i ritmi spasmodicamente veloci che caratterizzano ogni relazione nella nostra epoca, ritornando tramite l’azione ad assaporare ogni istante e a divenirne totalmente padroni.
In ogni intervento (la barca per i bambini,la piazza di Michelangelo ecc..) coesistono a mio avviso due differenti caratteri: da un lato la valenza fisica e funzionale dell’ oggetto e dall’ altro
l’acquisizione di un significato simbolico che risiede nel tempo della realizzazione e nei processi
partecipativi da esso derivanti.
Tutto quello che abbiamo lasciato a Matropoliz è dunque per me, un deposito di memoria. Non abbiamo costruito solo “cose”; abbiamo tutti insieme costruito ricordi e reso quegli spazi non solo accoglienti ma vivi.

GIULIA DE ROSSI
Roma, 18 Novembre 2010

giovedì 18 novembre 2010

E la barca va... (Melania Forgione)



Che cos’è il gioco? Un passatempo inutile per bambini? Un ottimo mezzo per educare? Ci sono tante domande che mi sono posta il primo giorno, il nostro compito era di fare domande a persone che non conoscevamo, tra imbarazzo e altro abbiamo visto un gruppo di bambini giocare con un semplice cavo di fili elettrici trasformato in corda … ci siamo uniti a loro a giocare e a divertirci e li siamo diventati inseparabili.
Così giocano loro, non hanno giocattoli, usano la fantasia, tutto quello che riescono a trovare, da un semplice bastone da sci viene trasformato in spada. Ebbene, io abituata a giocare con i lego e le bambole mi sono adeguata e ho imparato a usare anch’io la fantasia insieme a loro.
Difficoltà anche nel pensare cosa potevamo realizzare con pochi mezzi, abbiamo deciso di farci un giro per METROPOLIZ e abbiamo scoperto che gli abitanti le loro case se le sono ricavate con pezzi riciclati, e cosi li abbiamo imitati. Quando la pioggia ci ha costretto in spazi coperti, ai bambini abbiamo dato carta e colori per esprimere il loro mondo fatto di cose semplice e essenziali ma pieni di entusiasmo, di vivacità, di allegria che non ha niente da invidiare ai loro coetanei che passano dei pomeriggi solitari davanti alla tv e ai costosissimi giochi virtuali.


Marius (9 anni) ha disegnato una barca, il disegno è ricco di particolari, colori e fantasia. I numerosi oblò che si affacciano all’orizzonte sembra vogliano ospitare le numerose famiglie di METROPOLIZ e portarle lontano verso un mondo migliore. Noi quella piccola barca l’abbiamo realizzata trasformando una semplice “vasca da bagno”, recuperata nella loro discarica “privata”, in barca facendo viaggiare i bambini in posti lontani che si possono raggiungere solo con i sogni.
Insieme ai piccoli abbiamo costruito un mare di cartongesso, recuperato nel magazzino di Lucio che è ricco di tutto quello che la società civile scarta … facendo una meravigliosa opera ecologica ed evitando di far finire in discarica tanto materiale. Nel mare nuotano tanti pesciolini disegnati dai bimbi con il loro nome quasi a designarne la proprietà. Giocare per questi bambini significa ottenere benefici intellettivi: il gioco fornisce molte informazioni sulle caratteristiche fisiche dell’ambiente che lo circonda. Benefici fisici: i giochi permettono di sviluppare un corpo che lavori al massimo dell’efficienza e imparando a dominare gli impulsi acquista la libertà vera. Benefici psicologici: i giochi danno ai bambini fiducia in se stessi come essere indipendenti e autonomi. Se anche il gioco non portasse a tutto questo mi basta già aver fatto sorridere questi bambini.

Collezione di sabbia

L’esperienza fatta a Metropoliz, le persone che ci vivono, le emozioni che abbiamo condiviso, sono la mia personale collezione di sabbia. Giorno dopo giorno ho accumulato manciate d’arena diversa...

“C'è una persona che fa’ collezione di sabbia. Viaggia per il mondo e quando arriva a una spiaggia marina, alle rive di un fiume o di un lago, a un deserto, a una landa, raccoglie una manciata d'arena e se la porta con sé.

Al ritorno, l'attendono allineati in lunghi scaffali centinaia di flaconi di vetro entro i quali [...], [le sabbie] dispiegano la loro non vasta gamma di colori sfumati, rivelano un'uniformità da superficie lunare, pur attraverso le differenze di granulosità e consistenza[...]

Passando in rivista questo florilegio di sabbie, l'occhio dapprima coglie soltanto i campioni di spicco [...]

Poi le differenze minime tra sabbia e sabbia obbligano ad un'attenzione sempre più assorta [...]”

Italo Calvino, Collezioni di sabbia, 1983

Inizialmente ho prestato attenzione solo alle situazioni e alle dinamiche che ritenevo significative, ovvero quelle che mi apparivano più rappresentative e rispondenti all’idea utopica che di Metropoliz mi ero fatta. Sembrava vigere una sostanziale armonia, il gruppo degli occupanti pareva essere un insieme coeso di molti individui, ognuno con le sue specificità, il suo carattere, il suo ruolo sociale all’interno della comunità.

Poi però il velo si è squarciato e la situazione è parsa in tutta la sua complessità. Avevo l’impressione che ogni gruppo omogeneo per nazionalità e cultura avesse la tendenza a chiudersi in se stesso, a rispettare il proprio “simile” più degli “altri”. La motivazione, la più naturale, è che le persone che popolano Metropoliz sono lì per necessità, per bisogno, per scelta condizionata, non per il piacere di vivere insieme. L’illusione che in questo microcosmo regnasse la totale armonia si è infranta contro la constatazione di una realtà che si rivelava ben diversa.

Con il passare dei giorni però ho compreso che la struttura sociale che regola Metropoliz impone dei doveri e garantisce dei diritti e sono proprio questi diritti e doveri che rendono possibile la convivenza civile tra tutti*, la compresenza e l’equilibrio tra specificità ed esigenze molto diverse tra loro, la vita stessa di Metropoliz. Questo sistema di regole è frutto di negoziazioni e contese risolte con fatica, in assemblee in cui ognuno ha lo stesso diritto di parlare, in cui ci si confronta apertamente l’un l’altro . Chi non segue le regole che la comunità si è data è allontanato, perché non la rispetta e quindi non merita di farne parte.

Alice Ampolo

Architettura attraverso la Comunicazione (Lisa Eriksson)

Metropoliz è una zona abbandonata occupata da persone da tutti i continenti. È un luogo dove si possono trovare tutti i tipi di culture. Il nostro compito era quello di capire la situazione delle persone che vivono li, ma anche vedere cosa potevamo fare per aiutarli. Intervistando le persone e conoscendole abbiamo fatto proprio questo.
Durante la settimana ho pensato molto a come la gente reagisce in situazioni come questa. Quando noi andiamo nelle case delle gente, e loro sono ancora aperti a raccontare la loro storia di vita. Magari lo fanno perché sanno quello che stiamo facendo per loro, o magari perché vogliono sbarazzarsi di noi. O forse hanno effettivamente piacere nel raccontarci la loro storia di vita. A volte la comunicazione è un po 'difficile dal momento che molte persone parlano lingue diverse. Ma magari questo rende il tutto ancora più interessante? E fa sì che la gente ascolti ancora meglio, non solo per capire, ma perché è qualcosa di nuovo e interessante. É anche un modo perfetto per capire davvero la situazione prima di pensare idee di progetto architettonico.
Una volta in Svezia ho fatto un progetto dove stavamo facendo una ricostruzione di una scuola per la fotografia. Una parte di questo progetto è stato quello di capire com’è lavorare e andare a scuola quando si studia fotografia. Cosi abbiamo intervistato, o quasi molestato, insegnanti, studenti, personale delle pulizie e custode. Tutti coloro che pensavamo potessero darci una buona immagine di come modificare l'edificio, e renderlo più utile per loro, sono stati intervistati. Questo è un ottimo modo per imparare l'architettura. Ed è lo stesso metodo che abbiamo usato in questa settimana anche se in maniera più complessa, poiché siamo stati nelle case della gente.
Forse la cosa più interessante è stata quello di lavorare con i bambini che vivono in questa zona. Non si entra nel mondo dei bambini solo usando le parole. Qui dobbiamo diventare bambini per capirli, giocare con loro, andare in giro con loro, per far loro raccontare la loro storia. Ed è importante capire loro poiché spesso hanno una storia totalmente diversa da raccontare sull’area degli adulti.
Questa settimana mi ha dato veramente modo di capire l’importanza di conoscere persone diverse e di ascoltare per capire meglio il mondo. Imparare, guardare, assorbendo tutte le cose che facciamo durante la comunicazione sono quello che ci rende persone migliori e migliori architetti, quindi continuiamo a comunicare.

È tutto qui??? (Simone Cammilletti)

Com’è di rigore alla fine di ogni lavoro si devono fare delle conclusioni, nel nostro caso siamo costretti a buttare su un foglio le nostre impressioni, considerazioni, valutazioni … Penso che sia pesante e sbagliato (non critico il professore perché comunque, nonostante quello che si è realizzato, deve dare un giudizio) scrivere su un pezzo di carta le nostre emozioni e sensazioni; difficili da esternare dopo un’ esperienza così forte. Quello che ho vissuto questa settimana mi ha chiarito , come del resto già conoscevo, che le condizioni di vita degli immigrati, in particolare quella dei meno abbienti, è ordinariamente messa in secondo piano dai chi governa, che sia sinistra o destra; pertanto molte delle volte, la “cacciata” dell’altro, viene utilizzata come slogan politico. Il rispetto per il prossimo e la possibilità di aiutare chi non ha niente sono due dei pochi insegnamenti veri che la mia famiglia mi ha dato. Nonostante questa premessa critica posso dirmi soddisfatto, ed entusiasta per un futuro prossimo, della scelta del workshop del Prof. Careri; perché mi ha fatto comprendere una cosa su tutte: l’ importanza del sorriso. Proprio questo gesto, così bello e così semplice non è mancato mai agli abitanti dello stabile, che siano felici o no, bambini o adulti, e grazie a loro anche a noi; ciò che secondo me ci ha dato la forza di creare e terminare tutto quello che c’eravamo prefissati i primi giorni. Fino al giovedì, penultimo giorno utile, parlando anche con Giorgio credevo che, nonostante tutte le buone ragioni, non saremmo riusciti a finire in tempo i lavori. Anche la voglia di non arrenderci mai, penso si dovuta al bisogno di non arrendersi degli abitanti di Metropoliz. L’ultima cosa che posso dire e spero, e da parte mia sarà così, è che questo sia solo l’inizio, non un semplice progetto universitario ma un esperienza di vita da portare avanti nel tempo.

C'è un mondo al di là del mio (Debora Iacoangeli)

“I luoghi ci sono consoni al pari delle persone e per questo quando uno cambia luogo si perde. Perdersi è la grazia che il mondo ci fa di ricordarci che, nonostante la nostra tendenza all’astrazione e alla rarefazione, noi siamo da qualche parte e questo qualche parte diventa una parte di noi.” (F. La Cecla, Perdersi L’uomo senza ambiente) E’ stata propria la nostra disponibilità a perderci completamente in un luogo a noi del tutto estraneo che ci ha permesso, secondo me, di rapportarci nel modo più consono a quest’esperienza. Buttando giù il muro dei nostri pregiudizi, provando a conoscere le mille storie di altrettante culture differenti e vivendo in prima persona quelle che potessero essere le necessità e le complessità di una convivenza così variegata, ci hanno predisposto ad un “approccio progettuale” che definirei più umile. L’università ci stimola, spesso, a diventare “macchine da esame” e per le tempistiche sempre strette e serrate si tende a tralasciare proprio la fase di CONOSCENZA del sito oggetto di studio; ma credo che la conoscenza sia l’unico punto di partenza che ti permetta di intervenire davvero in modo coerente. In una società dove l’architetto di successo deve stupire e sbalordire, investendo spesso enormi capitali per la lusinga del proprio ego personale e per il soddisfacimento di interessi molto più politici ed economici invece che perseguire come scopo principale l’utilità e l’impatto sociale, porsi allo stesso livello degli utenti che vivranno in prima persona l’intervento mi sembra una grande opportunità formativa. Troppo spesso mi sembra di cogliere negli studenti di architettura quel germe di onnipotenza e di sicurezza in se stessi che rischia di sfociare, poi, in un esagerata disinvoltura nel progettare; entrare così profondamente a contatto con una situazione di emergenza abitativa mi sembra un’occasione importantissima per inserire noi studenti nella realtà quotidiana (anche se in situazioni un pochino più estreme) invece che preservarci sotto un’immaginaria cupola di vetro di accademismo ed aulicità, forse troppo lontana dal “mestiere di architetto”.
Nello stesso modo in cui, all’inizio di quest’esperienza, abbiamo accettato di perderci, alla fine della settimana “questo qualche parte è diventato una parte di noi” poiché è solo tramite la conoscenza che si può far nascere il senso di appartenenza, che in modi diversi mi sembra sia nato in ognuno di noi; Il metropoliz non è un’isola felice ma è una realtà, conoscerla e farla conoscere mi sembra un’opportunità di crescita per noi e un’occasione di inserimento e compenetrazione dell’occupazione stessa con la nostra società.

Partecipazione come mezzo o come fine?

A Metropoliz ogni nucleo familiare si è costruito una casa e altri abitanti ne stanno tirando su di nuove.

Questa giovane comunità, dal primo giorno di occupazione, continua ad incontrarsi in un'area al coperto ai piedi dell'ingresso della ex fabbrica: lì discute, lì si organizza, lì festeggia. Con i mesi il numero degli abitanti è cresciuto e chi è qui da più tempo manifesta nuovi bisogni talvolta legati alla vita in comune e quell'area al coperto sembra non bastare più come unico luogo del confronto: si desiderano nuovi spazi destinati all'apprendimento, al gioco dei bambini, alla relazione collettiva.

Il primo a guidarci dentro Metropoliz è Andrea ma le sue parole sulle consuetudini e sulle necessità di quel luogo, per i primi giorni sono racconti senza facce: in giro per la fabbrica non si vede nessuno ed il lavoro nelle stanze comincia con noi soli, delusi e preoccupati di non aver ascoltato dalle persone cosa si immagini per quello spazio.

E' Mercoledì sera quando si svolge l'assemblea tra gli abitanti ai piedi dell'ex fabbrica e l'indomani finalmente, molti di loro vengono a turno per vedere e partecipano come possono, costruendo tavoli, pulendo, saldando, ma preferendo lasciare a noi l'ideazione dei progetti, quasi come se ognuno dovesse mettere in questo lavoro solo ciò che gli è proprio.

Di fatti, la mancanza di una fase progettuale condivisa con gli abitanti, forse per loro paura di esprimersi o per una nostra incapacità nel favorire un processo creativo, é stata la questione che mi ha sollevato i maggiori dubbi durante la settimana, facendomi spesso temere che il risultato a cui saremmo arrivati sarebbe servito forse, a compiacere solo noi estranei. Parlando con un abitante e chiedendogli se forse stavamo solo rubando del tempo a quelle persone intente a lavorare (le quali non avrebbero di certo visto in quei giorni un risultato finito), mi ha risposto che eravamo riusciti invece a portare da quel lato della fabbrica anche chi non c'era mai venuto prima perché escluso o autoesclusosi dal resto della comunità. Si stavano impegnando nella creazione di spazi essenziali per la vita collettiva, fatto assai più importante della realizzazione in sé.

L'architettura partecipata, di cui sempre più spesso si parla, é allora un mezzo tramite il quale si arriva ad un progetto definito, che tende alla risoluzione di un problema legato alla comunità e realizzabile nel minor tempo possibile con l'uso di conoscenze tecniche o è, piuttosto, il fine a cui dobbiamo rivolgerci, considerando più importante un approccio basato sulla partecipazione delle persone con le loro abilità e conoscenze, che riesca a favorire la socialità, anche a costo di impiegare più tempo nel definire risultati certi e condivisi?

Forse la strada giusta da seguire non è una sola. Ciò che invece credo sia importante fare, in entrambi i casi, è un'analisi, ad esperienza finita, su quello che non ha funzionato, sulle ragioni che hanno provocato piccoli o grandi fallimenti e lavorare su tali basi per proporre nuove soluzioni che rendano sensato questo approccio alla costruzione insieme.

Francesca Micco

Tarlabasi

Buongiorno a tutti...
Ho fatto a questo indirizzo l'upload di alcune pagine del lavoro svolto su Istanbul con gli altri ragazzi del master qui a Londra. Trovate una breve introduzione e poi l'analisi fatta su Tarlabasi, un quartiere nel centro storico della città che presenta alcune (molte) affinità con quanto visto a Metropoliz. Le interviste alla fine danno una buona idea di chi sono e come vivono gli abitanti.

Foto di gruppo