venerdì 25 marzo 2011
SPACEMETROPOLIZ E' IN ARRIVO
http://spacemetropoliz.tumblr.com/
martedì 1 febbraio 2011
CLANDESTINA A METROPOLIZ
faceva freddo...e l’umiditá mi entrava dritta dritta nelle ossa....
ero un pó impacciata...oltre al prof non conoscevo nessuno
e la mia condizione d’invisibilitá, certo non mi aiutava a confraternizzare....
eppure...mi sono fatta forza e mi sono fatta avanti....
quello che abbiamo visto al di lá di quei muri
non differisce molto dalla realtá del mio paese
la stessa creativitá nell’assemblare, nel trasformare, nell’accostare, nel recliclare
la stessa sensibilitá nel scegliere un colore, nell’abbinare vecchi ogetti
(ed ecco che...tutto d’un tratto.... lo spazio si tramuta in dimora)
e poi quei sorrisi, quella speranza, quella determinazione.....
e cosí, piano piano, anche se non capivo ancora bene
cosa eravamo andati a fare....ecco....mi sono sentita a casa.....
seppure sia vero che la mia immaterialitá non mi abbia consetito,
in un certo senso, di aiutare come avrei voluto
(di rimboccarmi le maniche, di grattare vecchie vernici,
di ripulire, di segare, d’inchiodare, di pitturare)
mi sono accontentata della mia condizione di clandestina a metropoliz
e, non per questo, meno presente, meno viva, meno partecipe, meno integrata....
cosí sono passati i giorni, e piano piano é arrivato il sole
ma era un sole strano, che scaldava dentro,
che c’invadeva di una allegria sottile, che ci faceva ridere per nulla
ma che, sopratutto, ci teneva uniti tutt’insieme....studenti e professori
ma anche le donne, che si facevano avanti determinate
e i bambini, che si introfulavano dapertutto e poi anche gli uomini
dapprima diffidenti, ma alla fine anche loro coinvolti in questo “fare stando assieme”
e allora ci siamo sentiti tutti protagonisti, partecipi, attori....
ma, con l’andare dei giorni mi sono accorta che prima o poi
sarebbe arrivato il momento di partire,
e giá pregustavo una certa nostalgia anteriore
come un gusto amarognolo che ti resta in bocca
come una tristezza che ti si insidia nel cuore,
senza che la si possa afferrare, scansare, cancellare....
ma...sul piú bello avete fatto la festa....
e allora, per quelle ore la mia paura é svanita,
ho sentito la gioia dello stare insieme, dell'appartenere al gruppo
di aver partecipato alla stessa esperienza, vera, profonda, reale....
(mentre, da lontano, il prof mi ammiccava....)
poi..si é fatta sera....siete andati tutti via...ma le persone no
i metropolizini sono rimasti, perché erano a casa loro....
dapprima hanno aiutato tutti a rassettare...poi i bambini sono andati a letto
e gli uomini e le donne si sono radunati nel salone
la luce era fioca...le voci, basse....ma c’era tanto calore...
poi a malavoglia, poco alla volta, mi sono lasciata scivolar via....
come un’ombra sulle pareti dipinte a nuovo...
giunta al cancello, prima di uscire, mi sono girata ancora indietro
per lanciare l’ultimo sguardo.....
l’umiditá della notte aveva ricoperto lo spiazzo con un sottile strato d’acqua
e un tenue riflesso argenteo diramava, silenzioso, su tutto il campidoglio.....
Elisabetta Romano
QUANDO I MAIALI VOLERANNO...

mercoledì 5 gennaio 2011
appuntamento il 12 gennaio alle 12,30
ho letto con grande interesse tutti i vostri post
ma non sono riuscito a commentarli ancora tutti, come george,
cercherò di finire i commenti nei prossimi giorni
ci vediamo il 12 gennaio alle 12,30 a madonna dei monti in aula 26
e cosi vi diamo i voti finali del workshop di novembre
per quanti vorranno fare l'approfondimento su questo workshop tra il 24 e 29 gennaio,
proporrei di rimanere e discutere insieme su come farlo, per esempio:
se continuare e terminare i lavori iniziati,
se fare un approfondimento teorico tipo leggere un libro/articolo e commentarlo,
se fare un approfondimento progettuale, per esempio sviluppandola tesi di andrea...
se fare grafici sul lavoro fatto, tipo mappa del nostro funzionamento, mappa dei poteri locali...
se organizzare il materiale per la mostra che si terrà a maggio alla biennale dello spazio pubblico
insomma direi che sarebbe bene che voi venite con delle proposte e ne discutiamo insieme
a meroledi
il prof
PS: dimenticavo ho scritto anche io qualcosa sulla nostra esperienza: "è qui new babylon?"
la trovate su http://articiviche.blogspot.com/
giovedì 25 novembre 2010
Metropoliz-Corviale tanto diversi tanto simili (di Andrea Balbi)
Una volta arrivati il primo pensiero che è saltato in mente è stato che quello di Metropoliz è un pezzo di città dove però non si sente assolutamente l' influenza o il senso di appartenenza e quello che è e rappresenta Roma. Tuttalpiù sembrava più di trovarsi di fronte ad un luogo dove sia per motivi di integrazione sia per motivi di sicurezza si cercasse proprio di lasciare la città oltre il cancello, che rimaneva costantemente chiuso e dove solo alcune persone erano in possesso delle chiavi.
Trovandomi di fronte ad una situazione del genere, essendo io attualmente impegnato in una associazione che lavora sul quartiere di Corviale, mi è venuto istantaneo fare un confronto e un paragone con due modi di vivere in due aree classificate da molti come zone poco sicure.
In comune con il “serpentone” Metropoliz” ha dal mio punto di vista la ricerca voluta o relativamente imposta di creare un sistema al suo interno di vita che sia auto-sufficiente rispetto alla città. Ciò come accennato prima è dovuto spesso dalla paura di aprirsi alla città per evitare il confronto non sempre pacifico con chi abita nei dintorni; ma credo che ci sia anche una componete di organizzazione non sempre criminale il quale vuole che questi quartieri rimangano estranei e chiusi rispetto al contesto che vi è intorno. Questo accade perchè (nel caso di Corviale è più evidente) i “capi” della zona in questa maniera riescono a tenere più facilmente il controllo se le persone che vi abitano vedono l' esterno più come un nemico che come un opputunità.
Il problema è che risulta estremamente complicato riuscire ad affrontare delle problematiche complesse come questa vivendo solo una settimana in una realtà come Metropoliz; ci sarebbe bisogno di più contatto anche per avere la fiducia delle persone che vi abitano.
Quello che sono riuscito a capire in questa breve settimana è che nonostante i vari meccanismi sociali presenti in questa micro società eterogenea con il nostro piccolo intervento siamo riusciti a trasmettere, non so quanto nel profondo, un senso di appartenenza e amore verso il proprio terreno agli abitanti; spero solo che ora questo progetto venga portato avanti, ma non da gente esterna che giustamente vuole dare il suo contributo, ma piuttosto dalle persone interne che lo fanno per rendere Metropoliz sempre più una società che si possa integrare del tutto con Roma.
mercoledì 24 novembre 2010
Foto
------------
Ho creato una pagina flickr di Metropoliz dove potete scaricare le foto che preferite.
http://www.flickr.com/photos/graviglia_metropoliz/sets/72157625452999202/
Per farlo cliccate con il tasto destro sull’immagine_visualizza tutte le dimensioni_grande
vi salvate la foto o ve la scaricate con l’apposito tasto.
Presto posterò le foto fatte durante gli altri giorni.
In alternativa quando mi incontrate all’università vi passo la cartella con le foto,
saluti,
Flavio Graviglia
lunedì 22 novembre 2010
La città invisibile (di Valeria Lollobattista)
A uno che arrivi a Metropoliz in un momento qualsiasi, come una mattina piovosa di novembre, capita di vedere delle cose. Il problema, semmai, è arrivarci (non nel senso del trasporto - che pure può essere difficoltoso). E' uno di quei posti in cui si va se si è portati, da qualcuno o da qualcosa, perché ci si può passare davanti anche mille volte senza accorgersi che esiste, a dispetto delle dimensioni.
Dietro un cancello, lungo la via Prenestina, si estende Metropoliz, città a suo modo: con la sua complessità, le sue reti di relazioni, le sue istituzioni; fondata su regole proprie e sostenuta da una sua economia, interna ed esterna. Città parallela, perché esiste un interno e un esterno e un confine più o meno fisico che separa "quelli di fuori" da "quelli di dentro"; città meticcia, città poliglotta, città in (auto)costruzione, città illegale, città-fabbrica, città-casa.
Con queste premesse si capisce che, capitando nella città invisibile, accade di vedere molte cose.
Vedere, prima ancora di imparare, perché aver imparato è già aver digerito - giudicato, in qualche modo. Non mi riferisco soltanto ai pregiudizi, ma anche e soprattutto all'entusiasmo, alla soddisfazione, al valore umano dell'esperienza. Mi sembra che valga la pena regalare tutto ciò all'imperfezione del momento, alla parzialità dell'opinione; mentre quanto visto rimane negli occhi, costruisce consapevolezza, e continua a lavorare - potenzialmente - in tutte le azioni e riflessioni future. Mi interessa aver visto, più di aver tirato somme; mi interessa che la città, entrando a Metropoliz, conosca, ancora prima di trarre insegnamenti.
(La città instabile. Una riflessione aggiunta)
In particolare, vedendo l'invisibile, conosce una condizione di instabilità e una disponibilità alla trasformazione.
Se accogliamo la definizione di A. Amin e N. Thrift ', ci possiamo chiedere cosa succede quando la comunità pianificata incontra qualcosa di diverso, se lo stadio avanzato di definizione e pianificazione che caratterizza la città contemporanea ha la possibilità di confrontarsi con lo stadio embrionale nel quale invece si trova Metropoliz, con il suo carico di potenziale.
Se si pensa di tornare a Metropoliz tra un anno, o anche tra un mese, ci si aspetta di trovare qualcosa di diverso; anche tutto, in linea di principio. A Metropoliz sono possibili cose che fuori appaiono impensabili; ma non è questione di mancanza di regole, che pure sono date, quanto di spazi di possibilità, dovuti proprio ad una certa indefinizione o codificazione incompleta. Naturalmente tutto ciò si amplifica per l'eterogeneità delle persone e il carattere spesso transitorio della loro permanenza a Metropoliz, perciò si può anche immaginare che la tendenza alla codificazione insita nella vita urbana, possa in questo caso conoscere manifestazioni diverse e che l'instabilità diventi alla fine l'unica configurazione stabile, perché la possibilità di trasformazione è accolta già nell'idea di questi spazi, nel loro uso, nel loro significato.
T. Ottaviani, Il cielo in una stanza (Metropoliz, nov.2010)
' A. Amin, N. Thrift Città. Ripensare la dimensione urbana. Ed. Il Mulino – 2005
"La vita urbana è divenuta realmente più pianificata a causa dell'esistenza di varie tecnologie di controllo, in particolare della tirannia dell'indirizzo che prevale nelle società moderne, la città basata sugli imperativi dello stato nazione e sempre più sul commercio, è stata fissata , posizionata, guidata come non lo era mai stata in precedenza. Cartine geografiche, censimenti, codici di avviamento postale, prefissi teleselettivi, targhe automobilistiche e altri mezzi per definire la localizzazione...”
Michelangelo versus Metropoliz (di Guido Pederzoli)
Il tema che ho travato più interessante e che ho vissuto in prima persona è stato la riqualificazione di uno spazio pubblico in un luogo molto degradato.
Il mio lavoro e quello dei miei compagni è stato ricreare su una piccola piazzetta (circa 16m x 20m) la pavimentazione di Michelangelo a Piazza del Campidoglio.
Il primo giorno dei lavori ci siamo trovati di fronte a delle tematiche nuove:
1)come costruire il disegno geometrico.
2)come realizzare la pavimentazione.
3)come rendere partecipe gli abitanti del luogo.
Dopo un attimo di sconcerto,abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e trovando per il cantiere del materiale e degli utensili , andando a comprare con una piccola spesa il resto dei materiali mancati , abbiamo iniziato a costruire il disegno fissando al terreno dei chiodi e misurando con assi e spaghi i vari incroci di cui avevamo bisogno.
La prima grande sorpresa fu che mentre noi lavoravamo e il disegno iniziava a uscire dall’asfalto gli abitanti delle case non davano nessun importanza al nostro lavoro e non sembravano neanche stupiti.
Il giorno dopo, appena arrivati abbiamo trovato distrutto il nostro lavoro dai bambini. Increduli dell’accaduto con grande amarezza abbiamo deciso di ricominciare da capo tutto il lavoro; la differenza però sostanziale e che abbiamo cercato di raccontare e spiegare il nostro lavoro e la storia del disegno alla comunità che si è subito interessata di più al progetto. I bambini che si dimostravano interessati si sono subito messi all’opera e mentre qualcuno di loro ci aiutava gli altri tenevano d’occhio i bambini più piccoli e scalmanati.
La cosa che ci ha dato più soddisfazione alla fine del lavoro è stato vedere come rendendo partecipe tutte le persone che usufruiranno dello spazio, il lavoro può diventare più facile e veloce.¬¬¬¬
Questo Workshop mi ha fatto percepire come attraverso un segno, un piccolo particolare, la vita sociale di un luogo può notevolmente migliorare.
Di come adesso all’interno di questo luogo ci si senta parte di una comunità o almeno all’interno di qualcosa di organizzato e non casuale.
So che il nostro piccolo intervento non avrà un miglioramento all’interno delle vite degli abitanti di metropoliz, ma credo fortemente che ogni volta che la sera si ritroveranno in quel piccolo rettangolo d’asfalto, avranno un po’ l’idea di sentirsi all’ interno di una piazza di un piccolo borgo e forse saranno più sereni e liberi di intraprendere un dialogo con i propri vicini come se fossero gli stessi abitanti del paese, anche se in realtà saranno persone molto diverse proveniente da tutto il mondo che hanno molte difficoltà linguistico-culturale nell’ avvicinarsi.
De Metropoliz à Métropole (di Jérôme Bertrand)
Tout d’abord, j’aimerai souligner que ce Workshop a été pour moi une expérience pleinement enrichissante et pour le moins étonnante. Jamais je n’aurai imaginé effectuer une telle mission en choisissant ce groupe de travail. En effet, l’univers urbain avec ses règles et ses codes sociaux nous est familier et rassurant, mais en pénétrant dans ce microcosme, cette ville au cœur de la ville qui symbolise en quelque sorte l’inconnu, tous nos repères allaient bientôt voler en éclats. C’est donc avec énormément d’appréhension et de préjugés que je me suis rendu dans ce lieu insolite qu’est Metropoliz.
Et étrangement, en découvrant l’ancienne usine désaffectée et le site de Metropoliz je n’ai pas été effrayé mais plutôt fasciné. Il est très facile d’imaginer une multitude d’histoires en parcourant les nombreux espaces de ce bâtiment et toutes les potentialités qu’il offre.
Puis nous avons rencontré les habitants de cet endroit qui nous ont ouvert leur foyer et avec qui nous avons parlé, échangé... J’ai trouvé cet instant particulièrement intéressant puisqu’il laisse entrevoir comment un regroupement de plusieurs individus, chacun porteur d’une histoire et d’une culture, amorce les mécanismes d’organisation d’une société, même à petite échelle comme ici. De plus, nous pouvons sentir entres ces personnes une vraie solidarité.
Cependant, l’existence de cette société « illégale » et notre intervention par l’aménagement d’espaces dédiés aux habitants ne résout en rien un problème qui semble récurrent pour ces personnes, celui de l’intégration. Effectivement, en vivant dans cet espace aux allures de forteresse, je crois que ces occupants vivent en quelque sorte en autarcie alors qu’il leur faudrait penser un moyen de connecté Métropoliz à la métropole de Rome, dans le but de les intégrer et de faire évoluer leur situation.
Il me paraît donc tout à fait opportun d’encourager des interventions in situ tel que nous l’avons fait, car leur impacte semble bien plus fort et plus marquant qu’un travail conceptuel et mental réalisé sur papier, comme nous avons l’habitude de le faire avec le projet d’architecture par exemple. Aussi, c’est en ce sens que cette expérience a été pour moi extrêmement enrichissante. En effet, à l’image du personnage de Candide dans l’œuvre de Voltaire, qui grandit intellectuellement au fil de ses périples et mésaventures pour finalement devenir un homme accomplit à la fin du récit. Je pense que cette démarche a eu sur moi un impact beaucoup plus fort que je ne l’aurai imaginé. Et si ce changement d’opinion m’a concerné, il faut également donner cette opportunité à d’autres personnes car le contact permet d’apprécier la différence. Quand je suis arrivé à Metropoliz j’avais beaucoup de préjugés en tête et presque un peu peur de ces habitants que je pensais différents de moi, mais après une semaine passée dans ce lieu mon regard a complètement changé et j’étais mélancolique à l’idée de devoir quitter cet endroit et ces occupants. D’ailleurs, l’infime part de travail que nous avons accomplis pour les habitants de Metropoliz me paraît bien dérisoire face aux richesses, tant culturelles et humaines, que ces personnes nous ont donné en retour.
-------
Innanzitutto, amerò sottolineare che questo Workshop sia stato per me un'esperienza pienamente arricchita e perlomeno stupefacente. Mai non avrò immaginato effettuare una tale missione scegliendo questo gruppo di lavoro. Difatti, l'universo urbano con le sue regole ed i suoi codici sociali ci sono familiare e rassicurante, ma penetrando in questo microcosmo, questa città al questa città al c.ur della città che simboleggia in qualche modo l'ignoto, tutti i nostri riferimenti andavano a rubare presto in Questo è dunque con moltissimo apprensione e di pregiudizi che mi sono reso in questo luogo insolito che è Metropoliz.
E stranamente, scoprendo la vecchia fabbrica disabilitata ed il sito di Metropoliz non sono stato spaventato ma piuttosto affascinato. È molto facile immaginare una moltitudine di storie percorrendo i numerosi spazi di questo edificio e tutte le potenzialità che offre.
Poi abbiamo incontrato gli abitanti di questo luogo che ci hanno aperto il loro focolare e con che abbiamo parlato, scambiato... Ho trovato questo istante particolarmente interessante poiché lascia intravedere come un raggruppamento di parecchi individui, ciascuno portatore di una storia e di una cultura, inizia i meccanismi di organizzazione di una società, stesso a piccola scala come qui. Di più, possiamo sentire introduci queste persone una vera solidarietà.
Tuttavia, l'esistenza di questa società " illegale" ed il nostro intervento per la pianificazione di spazi dedicati agli abitanti non risolve in niente un problema che sembra ricorrente per queste persone, quello dell'integrazione. Effettivamente, vivendo in questo spazio alle andature di fortezza, credo che questi occupanti vivono in qualche modo in autarchia mentre occorrerebbe loro pensare un mezzo del connesso Métropoliz alla metropoli di Roma, nello scopo di integrarli e di fare evolversi la loro situazione.
Mi sembra completamente opportuno di incoraggiare degli interventi in situ dunque come l'abbiamo fatto, perché il loro impacte sembra buono più forte e più ragguardevole che un lavoro concettuale e mentale realizzato su carta, siccome abbiamo l'abitudine di farlo col progetto di architettura per esempio. Anche, è in questo senso che questa esperienza è stata per me estremamente arricchita. Infatti, come il personaggio di Candido di Voltaire nel lavoro, che cresce intellectualmente per tutto. E se questo cambiamento di opinione mi ha riguardato, bisogna dare anche questa opportunità ad altre persone perché il contatto permette di apprezzare la differenza. Quando sono arrivato a Metropoliz avevo molti pregiudizi in testa e quasi una poca paura di questi abitanti che pensavo differente di me, ma dopo una settimana passata in questo luogo il mio sguardo ha cambiato completamente ed ero malinconico all'idea di dovere lasciare questo luogo e questi occupanti. Del resto, l'infima parte di lavoro che abbiamo compiuto per gli abitanti di Metropoliz mi sembra molto irrisoria faccia alle ricchezze, tanto culturali ed umane, che queste persone ci hanno dato in ritorno.
domenica 21 novembre 2010
Piccola precisazione: "SOCIETÀ CIVILE"
Ho trovato usata in diversi post, a volte in modo improprio, l'espressione 'società civile'. Per chi fosse interessato, in gergo, per Società Civile si intende l'insieme di quelle istituzioni e organizzazioni (università, gruppi di attivismo, charities, clubs, cooperative, gruppi culturali, fondazioni, Organizzazioni Non Governative, società senza scopo di lucro, albi professionali, organizzazione religiose, sindacati ecc) che sono alla base di una società, distinte dagli organismi riconducibili all'apparato Statale e al Mercato. Nella teoria gramsciana la Società Civile riveste un ruolo importantissimo. Vi incollo un estratto da wikipedia (in inglese, l'articolo corrispondente in italiano è molto riduttivo):
"Rather than posing it as a problem, as in earlier Marxist conceptions, Gramsci viewed civil society as the site for problem-solving. Agreeing with Gramsci, the New Left assigned civil society a key role in defending people against the state and the market and in asserting the democratic will to influence the state. At the same time, Neo-liberal thinkers consider civil society as a site for struggle to subvert Communist and authoritarian regimes. Thus, the term civil society occupies an important place in the political discourses of the New Left and Neo-liberals."
--------
Colgo l'occasione per dirvi che finiremo di commentare i post nei prossimi due/tre giorni (spero, siete tantissimi!).
Ringrazio i ragazzi che hanno replicato ai commenti (davvero molto apprezzato) e invito tutti a farlo, anche tra di voi.
Buonanotte!
Giorgio
sabato 20 novembre 2010
Luoghi e forme della condivisione (di Cristina Ciccone)
“Le città invisibili” Italo Calvino
Curiosità ed entusiasmo ma anche perplessità e timore davanti a quel cancello, all’ingresso di una città parallela a noi sconosciuta, in quel luogo apparentemente cosi ostile. Un ‘esperienza che lascia il segno, che ti fa riflettere mentre la vivi e che, ripercorri con la mente per riassaporarne le emozioni.
Partecipazione, organizzazione, condivisione, adattamento, rispetto, solidarietà e collaborazione, sono queste le parole chiave del workshop, l’ architettura per una volta ha abbandonato il suo aspetto tecnico-formale e ha acquisito nuovi significati.
Sono entrata in punta di piedi in quella città, avendo timore di rapportarmi, amalgamarmi con persone con cui raramente ho interagito. Non capivo quale doveva essere il mio ruolo lì dentro, a cosa servivo e cosa potevo fare al meglio per raggiungere un buon risultato scolastico, ma è bastato entrare in quel contenitore di nuove realtà, esigenze, desideri, abitudini e il mio pensiero di colpo è cambiato.
Mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a dare il mio contributo. Per loro. Quel posto in poco tempo mi ha rapita, conquistata. Lavoravamo tutti insieme per uno scopo, una scuola, un’aula gioco, l’unione faceva davvero la forza e la “differenza” tra noi e loro cominciava a scomparire. L’intento era produrre il più possibile, non sprecare, rendere tutto utile per consentire a quei bambini di non giocare più nel fango e per offrire loro uno spazio dove imparare. Un giusto fine, se si pensa a una comunità che, si spera un giorno, possa integrarsi con l’altra città fuori quelle mura. Tuttavia, vivendo quest’esperienza a ritroso, e vedendo quanta abilità hanno queste persone nel vivere, anzi, sopravvivere, mi chiedo: “ Noi studenti eravamo davvero indispensabili lì per costruire quei luoghi? È davvero quello il vero obiettivo che intendevamo e abbiamo raggiunto?” Credo che in quella settimana il traguardo prefissato sia mutato…da costruire a condividere! È questo il ricordo più intenso che quest’esperienza mi lascia, nuovi luoghi e forme di condivisione che si spera abbiano un futuro in quella comunità, che siano un punto di partenza non solo per migliorare i rapporti interpersonali ma anche la loro città e il loro modo di vivere.
Entusiasta di aver avuto la possibilità di “toccare con mano” l’architettura, di aver fatto parte di un processo di appropriazione di nuovi spazi e della trasformazione degli stessi, concludo con una frase tratta da “Le città invisibili” di Italo Calvino che credo riassuma quest’esperienza:
“…d'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.”
Dentro e fuori (di Martina Pollice)
Ho sentito,invece,dire da un abitante stesso che i rom hanno come peculiarità caratteriale, a livello individuale,e di conseguenza a livello di massa,quella di una ricerca di "intimità" intesa come autonomia e indipendenza dalle persone che non fanno parte di essi, senza però evitare il contatto e la collaborazione con essi.
Quel muro divisorio è segno distintivo del loro essere,quella postazione all'interno dell'occupazione è il frutto di un insediamento spontaneo che probabilmente non necessita di cambiamento.
Uno studente propone l'abbattimento del muro..ma un abitante non rom,ma che vive la realtà di Metropoliz 24 ore al giorno, ci dice che loro stanno bene cosÏ!
Con questo esempio voglio sottolineare quanto questa esperienza sia riuscita a farmi uscire dalla nostra ottica(occidentale,commercializzata,stereotipata) e a farmi entrare invece all'interno di un punto di vista ogni giorno diverso,contornato dalla conoscenza di modi di essere,vestire,mangiare diversi anche tra di loro.
Bello constatare come davanti a difficoltà ed esigenze siamo stati tutti ugualmente utili e attivi nel rimettere in sesto i due ambienti che avevamo scelto. Ho trovato anche sbagliato l'approccio che all'inizio si stava avendo,parlo dei primissimi momenti, in cui,senza ancora sentire gli abitanti,con gli "occhi da architetto",già sognavamo collocazioni,muri e componenti d'arredo,come se stessimo immaginando la nostra camera.
E' proprio per questo che poi abbiamo dovuto cambiare le nostre posizioni e concentrare l'attenzione su punti fondamentali per la vita lÏ.
Queste realtà sono inserite in un contesto completamente autonomo, quasi una realtà parallela che si può capire solo se la si vive. Mi è capitato di aver dovuto,forzatamente all'inizio, naturalmente alla fine,ricercare soluzioni con un occhio diverso dal mio,e questo è stato sorprendente. Sorprendentemente riuscita è stata l'integrazione di queste diversità e interessante il confronto tra la "realtà esterna" e quella di Metropoliz,che si presenta come un nucleo a sé,in cui ci si può sentire forse più padroni,per le minori dimensioni e per la possibilità di auto-gestire e auto-costruire i proprio spazi.
La mia più grande conquista è stata la possibilità di osservare diversità che dialogano tra loro e che arricchiscono sicuramente chi ne viene a contatto.
Il fardello dell'uomo bianco (di Giorgia Donato)
La domanda però che mi sono posto appena arrivata a Metropoliz è stata se fosse giusto intervenire in maniera così incisiva all’interno di un microsistema che sta nascendo. Certo è stato bello vedere le relazioni che sono sorte tra noi studenti e con gli abitanti di Metropoliz, è stato appagante poter dare loro qualcosa fatto da noi, ma è stato realmente utile?? Forse si, sicuramente lo sarà stato se i semi che abbiamo piantato con il nostro piccolo intervento verranno annaffiati con amore dagli abitanti stessi giorno dopo giorno, lo sarà stato se dal giorno successivo alla nostra partenza le riunioni sono andate avanti e alla sera gli uomini del campo rom hanno proseguito ad incontrarsi dopo il lavoro dandosi appuntamento “al Campidoglio”.
Questo però è un processo che va monitorato nel tempo, per questo trovo giusto portare avanti il progetto, ma questa volta coinvolgendo le persone in un modo diverso. Noi abbiamo mostrato loro la via, ora dovrebbero essere loro a rimboccarsi le maniche, con il supporto e la consulenza di noi “piccoli architetti”, affinché il nostro lavoro non venga interpretato come una settimana di festa e pranzi, ma l’inizio di un processo di crescita e integrazione. Penso che questo scatto in avanti sia indispensabile per loro, e più difficile per noi, affinché non si inneschi nelle due parti una sorta di sussistenza. Faccio un esempio forse banale ma concreto: quando i bambini sono piccoli, vengono imboccati dai genitori, ma ad un certo punto devono prendere la forchetta in mano e capire come usarla; certo era molto più facile per la mamma imboccarlo, insegnargli a mangiare da solo comporta il fatto che dovrà fargli vedere come si fa, dovrà avere pazienza perché ci metterà una vita, dovrà lavare alla fine tutta la cucina, ma avrà la certezza che da quel momento in poi il figlio sarà diventato autonomo!!
La partecipazione come mezzo o come fine.
Ebbene, dopo tre frustranti giorni di partecipazione come fine ho notato che l’interesse dei metropolizensi (metropolizini?) aumentava. Cresceva la voglia di, appunto, partecipare a creare il loro spazio, di mettere mano e contribuire alla realizzazione di spazi che prima non avevano, per migliorare la qualità degli spazi che avevano a disposizione. Ho capito quello che davo per scontato: la partecipazione ti coinvolge e il tuo contributo rende più tuo lo spazio che stai creando. Forse non sarà la soluzione finale quella a cui siamo arrivati sabato ma si è avviato un processo importante per qualsiasi comunità. La partecipazione come fine è stata il mezzo per arrivare all’idea di uno spazio comune.
Matthew Hart
Quel mondo alla fine del mondo… (di Alessandra Romiti)
Fin dai momenti del primo approccio con il luogo e la comunità che lo vive, mi sono chiesta come, in così poco tempo, potessimo realizzare qualcosa che avrebbe lasciato a quei bambini e ai loro genitori una nostra traccia. Mi sono resa conto di esser stata ossessionata, almeno inizialmente, dall’ idea che fosse necessario raggiungere un obiettivo che identificavo con un prodotto visibile e tangibile da chiunque, senza capire che invece, la cosa davvero importante per noi, ma soprattutto per loro, fosse mettersi tutti al servizio dell’altro, ognuno con le proprie competenze e con i propri mezzi, uniti da uno scopo comune, per alimentare il senso di condivisione e collaborazione che distingue gli abitanti di Metropoliz da chi li ritiene solo gente che vive ai margini della legalità!
Ed ora, contrariamente ai primi giorni, penso anche che giungere lì digiuni di qualunque tipo di informazione sia stata la scelta migliore che si potesse fare, perché questo ha permesso a ciascuno di noi di prendere coscienza di priorità personali, che è giusto stabilire in base alle proprie reazioni, di fronte ad una realtà che è profondamente diversa da quella che viviamo quotidianamente e da quella che ci propinano i media.
Sarò pure retorica e un po’ idealista ma ora so che nelle nostre braccia e nelle nostre menti è nascosto il potere di demolire il pregiudizio, quello di abbattere gli schemi in cui la società ama rinchiudersi. Possiamo decidere se continuare a crogiolarci nel nostro dolce far niente oppure continuare a dare il nostro contributo affinché questi luoghi abbiano un futuro concreto, il cui significato possiamo già leggere in quegli occhi pieni di idee, entusiasmo e di speranza.
Une bulle dans la ville (di Pauline Gorlin)
Celui-ci a été pour moi une expérience nouvelle et très enrichissante. Dans mon école en France nous n’avons jamais eu l’occasion de travailler de cette façon. J’ai beaucoup apprécié le fait de travailler directement sur le terrain et d’être actif concrètement dans notre projet, être en contact avec les personnes concernées et connaître leurs envies, leurs souhaits pour produire un projet qui leur conviennent le plus possible. Nous avons pu rencontrer nombreux d’entre eux, connaître leurs histoires et ainsi réaliser un projet entièrement pour eux. J’ai beaucoup aimé cela, car contrairement aux projets que nous avons l’habitude de faire, nous sommes rarement en lien si proche avec les gens concernés. Hors à Metropoliz nous connaissions leurs vraies envies et nous avons pu travailler avec eux.
J’ai beaucoup aimé l’esprit entre tous les étudiants réunis tous ensemble pour un même travail d’équipe.
En arrivant pour la première fois sur le site de Metropoliz, j’ai découvert un lieu fermé, et en quelque sorte hors de la ville. Un monde un peu à part, comme une bulle. En effet entouré de hauts murs, Metropoliz renvoi a un lieu hors du contexte extérieur urbain et dynamique. Mon envie serait principalement d’ouvrir ce lieu vers l’extérieur pour qu’il puisse participer à la ville de Rome. Rendre les habitants plus autonomes sans pour autant clore le site mais au contraire le déployer. Les faire participer véritablement à la vie de Rome et les intégrer d’avantage.
De plus en discutant avec divers habitants, nous avons pu constater que la majeure partie d’entre eux souhaitent s’intégrer et se sociabiliser avec la vie extérieure. J’utilise fréquemment les mots extérieur et intérieur, car cela correspond véritablement à ma représentation de Metropoliz, un espace indépendant de la ville.
En travaillant sur ce site, j’ai découvert un bâtiment très intéressant avec beaucoup de potentiel. Nous avons pu y aménager deux salles de classe, et je pense qu’il pourrait être intéressant de lui donner d’autres fonctions en y aménageant d’autres lieux.
Tels une bibliothèque, une salle informatique avec point internet, des salles d’activités, une salle de sport etc… Des lieux pour les habitants de Metropoliz, mais également pour la population extérieure. L’idée de faire venir d’autres gens, dans un principe d’échange avec les autres. Les habitants de Metropoliz ouvriraient donc leurs portes pour partager leur lieu avec d’autres personnes. Le site viendrait alors apporter à la ville ses propres attributs, pour venir la compléter. Les gens trouveraient à Metropoliz ce qu’ils ne trouvent pas ailleurs. Et cela dans un esprit nouveau, un esprit d’échange avec une population qui est aujourd’hui pas assez intégrée et pour laquelle les gens ont des aprioris divers. En travaillant une semaine à Metropoliz j’ai constaté que les gens étaient très investis et ont beaucoup participé pour la transformation du lieu. Je pense que leur motivation est grande et que l’on peut encore faire beaucoup de belles choses pour transformer cette ancienne usine. Je trouve l’idée d’ouvrir Metropoliz sur l’extérieur très intéressante, mais je n’oublie pas les limites. En effet il ne faut pas mettre en danger les habitants vis à vis des autorités. Mais je souhaiterais que le fait d’ouvrir leur lieu de vie et le rendre attractif pour tous, dissuadent certains opinions à leur égard. De plus l’ancienne usine appartient à un particulier et nous sommes dans l’ignorance d’éventuels projet de réhabilitation de sa part.
Innanzitutto mi piacerebbe dare la mia opinione personale a proposito di questo workshop.
Questo è stato per me un'esperienza nuova che mi ha arricchito. Nella mia scuola in Francia non ho mai avuto l'opportunità di lavorare in questo modo. Ho apprezzato molto il fatto di lavorare direttamente sul campo e di essere concretamente attiva nel progetto, essere a contatto con le persone interessate e conoscere le loro passioni, i loro desideri per produrre un progetto adatto a loro. Abbiamo potuto incontrare molti di questi, conoscere le loro storie e così realizzare interamente un progetto. Tutto questo mi e piaciuto molto, perche contrariamente ai progetti che ho l'abitudine di fare dove raramente si e così vicini alla gente interessata, dentro Metropoliz siamo entrati in contatto con le vere problematiche e le loro esigenze potendo lavorare collaborando insieme.
Mi e piaciuto anche lo spirito del gruppo e l’atmosfera che si e creata tra tutti gli studenti riuniti, tutti insieme per lo stesso obbiettivo.
Arrivando per la prima volta sul sito di Metropoliz, ho scoperto un luogo chiuso, ed in qualche modo fuori dalla città. Un mondo un poco a parte, come una bolla. Cinto dalle altezze dei muri elevati, Metropoliz rinvia ad un luogo fuori dal contesto esterno urbano e dinamico. Il mio sogno sarebbe principalmente di aprire questo luogo verso l'esterno affinché possa partecipare alla vita cittadina di Roma, rendere gli abitanti più autonomi senza per questo chiudere il sito ma al contrario spiegarlo, facendoli partecipare davvero alla vita di Roma e dare loro dei vantaggi.
Inoltre parlando con diversi abitanti, abbiamo potuto constatare che la maggior parte di loro vorrebbero integrarsi e socializzare con la vita esterna. Utilizzo frequentemente le parole esterno ed interno, perché ciò corrisponde veramente alla mia idea di Metropoliz, un spazio indipendente della città.
Lavorando su questo sito, ho scoperto un edificio molto interessante carico di potenziale. Abbiamo potuto pianificare due aule scolastiche, ed io penso che potrebbe essere interessante dare a questo edificio altre funzioni pianificando altri luoghi come una biblioteca, una sala informatica con accesso a internet, delle sale di attività, una sala di sport ecc . L'idea e di far arrivare altre persone, favorendo cosi i rapporti con gli altri. Gli abitanti di Metropoliz aprirebbero le loro porte per dividere il loro luogo con gli altri. Il sito potrebbe portare le sue qualita, per andar a completare la città. Le persone troverebbero in Metropoliz ciò che non trovano altrove. Tutto questo in uno spirito nuovo, uno spirito di scambio con una popolazione che non è oggi abbastanza integrata e per la quale la gente ignora ancora molto.
Collaborazione per una migliore integrazione (di Olivia Dadzie).
Ce lieu qu’est métropolis, a pour moi un énorme potentiel. Nous pourrions imaginer un centre social pour les différentes familles sans papier ou les réfugiés politiques, afin de les aider à améliorer leurs conditions de vie, et de travailler à leur intégration en Italie. Un lieu qui ne serait pas clandestin et qui leur permettrait d’avoir l’assurance d’une place sûre pour vivre.
Nous pourrions comparer ce lieu aux autres centres sociaux déjà existant en France. Même si en France nous avons des subventions de l’Etat pour créer et gérer ces centres sociaux, nous avons pu nous rendre compte qu’ici, avec très peu de moyen nous pouvons faire beaucoup.
En France nous avons une fédération des centre sociaux qui gère tous les pôles sociaux de France, elle remonte à plus d’un siècle et a été créée pour les populations ouvrières et les aider à se gérer. Pour le cas de métropolis nous pourrions imaginer une association de différents corps de métier afin de travailler avec les familles immigrées, pour mettre en place une vraie qualification à cette usine aujourd’hui désaffectée. Avec un pôle logement, des salles de cours pour les enfants et les adultes, des salles de sport, mais aussi de travail afin qu’ils puissent par exemple exercer leur métier et vendre leur production, il serait aussi possible de créer un grand jardin cultivé ou l’on pourrait vendre la production de celui-ci pour aider à la gestion financière du centre… cela peut paraitre a priori utopique, car toutes ces idées doivent être le fruit d’un travail collectif abouti. Mais grâce aux exemples des autre pays et l’apport de chacun, nous pouvons réussir à créer un centre où les populations roms pourraient s’autogérer et s’intégrer à leur manière à la vie de leur nouveau pays d’accueil. La richesse de cette collaboration serait bénéfique à chacun et pourrait être le début d’un travail national en Italie.
L'esperienza con le famiglie rom, mi ha spinto a continuare a lavorare su questo tema. La disciplina di architettura ha un posto importante per me in questo lavoro con le popolazioni immigrate! Questa collaborazione con le varie famiglie rom è stato molto costruttivo per me, perché abbiamo potuto portare la nostra esperienza di architetto e abbiamo imparato anche su altri metodi di lavoro con altri materiali e un altro modo di pensare dalla nostra. Questo modo di lavorare enormemente arricchito le mie competenze architettoniche.
Questo luogo quella metropoli, ha un potenziale enorme per me. Potremmo immaginare un centro sociale per le famiglie diverse senza carta o rifugiati politici per aiutarli a migliorare le loro condizioni di vita e di inserimento lavorativo in Italia. Un luogo che non è illegale e che sarebbe garantita in un posto sicuro dove vivere.
Potremmo paragonare questo luogo ad altri centri sociali già esistenti in Francia. Anche se in Francia abbiamo sovvenzioni statali per creare e gestire tali centri, siamo stati in grado di riferire qui, con molto poco significa che possiamo fare molto.
In Francia abbiamo una federazione di centro sociale che gestisce tutto il nucleo sociale in Francia, si risale a più di un secolo ed è stato creato per lavorare le persone e aiutarle a gestire. Per il caso di Metropolis si potrebbe immaginare una combinazione di diversi mestieri per lavorare con le famiglie immigrate, per sviluppare una competenza reale in questa fabbrica ormai in disuso. Con aule che ospita un centro per bambini e adulti, centri sportivi, ma anche il lavoro in modo che possano fare il loro lavoro ad esempio e vendere la loro produzione, si creerebbe anche un ampio giardino coltivato oppure potrebbe vendere l'uscita di esso per aiutare il centro finanziario ... questo può sembrare a priori non realistico, perché tutte queste idee devono essere il frutto di uno sforzo collettivo è riuscito. Ma grazie agli esempi di altri paesi e il contributo di ciascuno, si può creare con successo un centro dove le persone potessero governare Roma e integrare nel loro modo di vita del loro paese ospitante. La ricchezza di questa collaborazione a vantaggio di tutti e potrebbe essere l'inizio di un lavoro nazionale in Italia.
Domani, di tanto rumore, non rimarrà che una fotografia (di Flavio Graviglia)
fotografo il tentativo di riqualificare una fabbrica occupata per documentare l’opera che si sta compiendo, forte del fatto che quelle immagini potranno essere usate come strumenti comunicativi.
Questo pregiudizio che tende ad assegnare alla fotografia un ruolo di documento oggettivo di ciò che viene rappresentato è prevalentemente falso.
La fotografia non dimostra mai un fatto, si limita a mostrare un avvenimento. Dunque il ruolo che possiamo conferirgli non è certo quello di testimonianza, ma di racconto: fotografia è narrazione.
Se da un lato la realtà non è così come appare, ma come vogliamo raccontarla, dall’altro il testo che l’immagine ci propone dipende esclusivamente dalla persona che lo legge.
Del resto, nessuno potrebbe riuscire a scindere quali sono gli scatti effettivamente reali e quelli che avrei potuto produrre mettendo in posa i soggetti fotografati. Di conseguenza dalla sua lettura non possiamo trovare un significato ontologico dell’evento rappresentato, dobbiamo fermarci alla sua rappresentazione fenomenologica, alle sensazioni che l’immagine ci propone, all’epifania dei sentimenti che ci vengono trasmessi.
Paradossalmente, dal punto di vista fotografico, non ci interessa se all’interno di Metropoliz si è lavorato bene o se, di contro, si è sbagliata ogni cosa; ci importa non la qualità del lavoro ma il gesto che il lavoro ha prodotto e, dunque, l’emozione che riusciamo a far suscitare allo spettatore a cui la fotografia è mostrata.
L’immagine diviene un veicolo puramente comunicativo, dove la comunicazione migliore non va ricercata nella verità, ma in uno strumento che allude ad una verità, al fine di trascinare il lettore verso quei sentimenti che tentiamo di rappresentare.
Il suo ruolo è così d’impatto, puramente estetico, superficialmente cinico.
Finendo per cercare nei contesti sociali più degradati la ricerca della lacrima, l’umanità in un sorriso, l’intensità di un grido.
Gesti, visi, sguardi, si perderanno nella nostra memoria. Mutata la fabbrica, nessuna cosa avrà più luogo, delle case oggi abitate sino agli spazi con fatica riqualificati, delle amicizie nate e delle realtà scoperte; domani, di tanto rumore, altro non rimarrà che una fotografia.





